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Denaro e pandemia

Pandemia: il mondo che verrà

Gli ultimi tre mesi ci hanno travolto, abbiamo dovuto metabolizzare la pandemia e tutti dovremo affrontarne le conseguenze.

A fine marzo scrissi un articolo su un ipotetico scenario post pandemia e su come affrontarlo.

Dopo un mese alcune mie ipotesi sembrano ricalcare la realtà mentre per altre servirà più tempo per testarne la validità.

In sintesi mi aspettavo uno scenario inflattivo dovuto alla valanga di denaro immessa nell’economia e suggerivo l’acquisto di beni rifugio, come oro e diamanti, per proteggere i propri risparmi.

Lo stop lavorativo mi ha permesso di fare qualche ricerca in più per capire se queste ipotesi fossero solo il frutto del pessimismo dilagante o se esistessero reali motivi di preoccupazione.

È un argomento tecnico e molto noioso. Cercherò di renderlo più interessante con qualche esempio e un pizzico di ironia.

Quanto denaro esiste?

Nel 2002 l’Europa aveva in circolazione, tra monete e banconote, 234 miliardi di Euro. Oggi sono circa 1.308.

Normalmente un simile aumento si rifletterebbe sui prezzi: se oggi una mela costa 1 € e la valuta in circolazione raddoppia, la stessa mela costerà 2 €.

Gli economisti usano aggregati statistici per calcolare il denaro in circolazione, includendo anche i soldi virtuali come i conti correnti, i crediti e i debiti, i prestiti delle banche centrali.

Credetemi sulla parola, negli ultimi 18 anni tutti questi valori si sono più che quadruplicati quindi oggi il denaro dovrebbe aver perso circa i tre quarti del potere di acquisto rispetto al 2002.

Qual è il problema?

Dal 2002 l’inflazione media è stata dell’1,6%, addirittura inferiore all’obiettivo della BCE del 2%. In altre parole il nostro denaro ha perso circa un terzo del suo potere di acquisto. Un terzo contro tre quarti: qualcosa non torna.

Vi chiedo ancora una volta di credermi sulla parola: non c’è stato un aumento della domanda tale da giustificare, neppure parzialmente, l’aumento di denaro creato.

Come funziona il sistema?

Con l’euro l’unica banca centrale da considerare è la BCE. I suoi compiti sono gestire l’euro e la politica monetaria europea. La stabilità dei prezzi è sempre stato il suo obbiettivo principale.

Per fare il suo lavoro la BCE crea moneta e la presta, in cambio di un interesse, agli Stati membri.

Negli anni questi soldi sono stati usati per “rifinanziare” diverse operazioni secondo uno schema curioso: più della metà sono stati impiegati per rimpiazzare debiti pregressi e i rimanenti sono finiti in titoli di stato (di nuovo debiti pregressi).

La BCE effettua un prestito permanente agli stati e le banche tengono nelle riserve quanto dovrebbero distribuire.

Se si ripaga un debito si hanno meno soldi da spendere quindi, a livello globale, si possono comprare meno prodotti e i prezzi scendono. È lo scenario deflattivo.

Se invece ripago un debito facendone un altro più grosso in teoria posso usare questo denaro in più per acquistare merci e servizi e il loro prezzo cresce. È lo scenario inflattivo.

In pratica le banche non amano il rischio e per questo tengono in cassa il surplus.

Ma siccome le banche possono detenere le riserve in euro solo presso la BCE questi depositi vengono tassati (attualmente dello 0,5% annuo) per “stimolare” le banche a distribuirli nel sistema economico.

Solo i contanti e i titoli denominati in euro sfuggono a questa tassa: ecco servita la bolla finanziaria.

La gestione dei contanti è un costo rilevante per le banche, molto meglio comprare titoli a mani basse.

Alcuni paesi si sono inventati i mutui casa a tassi negativi: compri casa oggi con i nostri soldi e ne restituisci di meno domani.

Casualmente in Italia è vietato per legge (art. 1813 c.c.).

Il famoso Quantitative easing altro non è che un acquisto di migliaia di miliardi di euro di debiti degli Stati.

E in Italia?

Il debito italiano è per il 20% in mano alla BCE, il 40% è presso banche italiane e dell’area euro mentre il 35% è detenuto da banche extra europee.

Se l’Italia non potesse contare su questo sistema fallirebbe senza scampo, per il semplice motivo che continua a finanziare il proprio debito con altro debito.

Voi comprereste i titoli di una società che ha debiti pari a 5 volte il suo fatturato annuo? Nel 2019 le entrate tributarie sono state di 471,6 miliardi di euro (1), il debito era di 2.409,2 miliardi (2).

Restiamo a galla perché il sistema è obbligatorio e perché, piuttosto che fallire, gli stati sbranano l’economia.

Quali sono le conseguenze per noi?

Di fatto la BCE regala soldi agli Stati. Gli Stati usano questo e altro denaro per coprire i loro costi e pagare le pensioni. I dipendenti pubblici e i pensionati acquistano beni e servizi.

Se i servizi ottenuti dallo Stato crescono in proporzione al denaro creato per noi cambia poco ma, purtroppo, questo non è successo.

In Italia il settore pubblico copre il 45% dell’economia ma molti parametri che lo riguardano non rientrano nel calcolo dell’inflazione.

Così l’aumento del 100% nel costo delle prestazioni sanitarie avvenuto negli ultimi 15 anni sparisce dai conti ma continua a esistere.

Dal 2002 al 2017 il Pil è aumentato del 17%, le tasse del 62%. Il costo dello Stato è aumentato ben più della ricchezza che avrebbe dovuto generare ma di questo non c’è traccia nell’inflazione dei prezzi al consumo.

Tutto questo denaro, anche se filtrato dallo Stato prima o poi arriva sul mercato e genera inflazione.

2015 – 2019

In questi anni molti beni, grazie al progresso sono calati di prezzo (a livello aggregato): comunicazioni e informatica, per esempio, hanno visto una deflazione tra il 5 e l’8%. Altri beni, essenziali e di prima necessità invece sono cresciuti del 5 – 8% (cibo, trasporti, utenze, ristoranti, assicurazioni), o del 10 – 13% (banche e poste, alcolici e tabacco) fino a un 22% per gli oneri amministrativi.

Tutto questo per raggiungere l’obbiettivo medio del 2% di inflazione annua.

Sembra poco ma vuol dire che se oggi con 100 € compro 100 panini tra 20 anni ne potrò comprare solo 66.

I soldi che risparmio oggi, se non li tutelo, quando mi serviranno per il giusto riposo pensionistico saranno tragicamente insufficienti.

Conseguenze dell’inflazione

Quando c’è inflazione siamo incentivati a consumare piuttosto che a risparmiare. Stati e banche centrali considerano buona e utile l’inflazione, per questo si impegnano a sostenere i consumi.

Purtroppo stampare pezzi di carta con sopra scritto “Euro” o crearli elettronicamente non fa magicamente aumentare i prodotti disponibili.

Questi si costruiscono solo con la ricchezza accumulata, proprio con quei risparmi che abbiamo visto calare così tanto in questi anni.

Non basta risparmiare per poter investire ma senza risparmio è impossibile farlo.

Chi avrà prodotto più del necessario potrà scambiare il surplus con beni che potranno migliorare la sua condizione.

La speculazione

Oggi chi ha dei risparmi li da in gestione a un professionista perché li faccia fruttare non solo per compensare la svalutazione ma anche per farli lavorare al proprio posto.

Questa scelta oggi non è più facoltativa ma obbligatoria. Si deve investire altrimenti ci ritroveremo con un pugno di mosche.

Il risparmio però è gestito in monopolio dalle banche che lo moltiplicano svariate volte con diversi strumenti e speculano sul mercato. Ecco la bolla!

Finché regge le banche fanno fortuna, quando scoppia interviene lo Stato con aiuti a pioggia e il cerino resta all’investitore.

Svalutazione e competizione

Stampare moneta per svalutarla e così riuscire ad essere più competitivi è, semplicemente, una scemenza.

Rendere la propria moneta debole per vendere i propri prodotti all’estero equivale a regalare parte del nostro lavoro all’estero privandoci della possibilità di acquistare i beni degli altri.

La Germania è riuscita a diventare quello che è oggi perché è riuscita a produrre meglio, di più e a prezzi inferiori anche con un marco forte.

Riuscire a vendere all’estero solo con la svalutazione è una misura assistenziale che può sparire, dalla sera alla mattina, per una decisione politica condannando a morte chi campava grazie a lei.

Un po’ come hanno fatti gli europei secoli fa pagando pellicce e spezie con perline e conchiglie: oggi è chiaro che stavamo depredando le economie più deboli grazie alla svalutazione.

Perché lo accettiamo?

  • I cambiamenti sono graduali e preferiamo adattarci piuttosto che reagire. Solo quando è troppo tardi ci accorgiamo che non possiamo più reagire
  • La maggioranza degli elettori con le proprie tasse non paga neppure la propria assistenza medica. Sono consumatori e non produttori di ricchezza. Condivido il principio di solidarietà che vi è alla base ma le loro scelte non sono necessariamente le migliori per la società.
  • I pensionati sono, di fatto, dipendenti dello stato. I loro contributi sono stati consumati dall’Inps e non investiti.
  • L’apparato pubblico indirizza sussidi verso un settore specifico per generare consenso ma ne spalma i costi sull’intera popolazione.
  • La comunicazione su questi argomenti è lacunosa, spesso distorta e strumentalizzata. Si arriva ad invocare l’intervento dello Stato per rimediare ai danni fatti dallo Stato.
  • Di fatto innovazione e globalizzazione hanno permesso una crescita del tenore di vita mascherando i danni del sistema pubblico.

Oggi

Questa carrellata sulla nostra storia economica non serve per spaventarvi, vuole spingervi ad agire.

È tardi per affrontare il passato ma se considerate la quantità spaventosa di denaro stanziata per affrontare le conseguenze della pandemia e che queste conseguenze non saranno certo migliori di quelle passate allora è chiaro perché si debba agire subito.

Per spezzare il circolo vizioso bisognerebbe investire nel tessuto economico reale e non solo in finanza speculativa, scegliere beni rifugio reali, ad esempio oro e diamanti, e non i derivati costruiti su di essi, smetterla di fare debiti sempre più grandi per pagare quelli precedenti credendo che l’avanzo sia ricchezza guadagnata.

Io mi occupo di una piccolissima parte di questo scenario, quella relativa ai diamanti e all’oro. Non sono certo le uniche soluzioni possibili ma, nei secoli, si sono dimostrati ottimi alleati delle persone previdenti.

Se volete costruire un piano personalizzato contro le conseguenze economiche della pandemia, posso offrirvi i migliori prezzi e garanzie nel mercato dei diamanti e dell’oro.

Alla prossima,

Paolo Genta

Fotografia acquamarina fan shape

Gemme e fotografia

La fotografia mi ha sempre affascinato: è comunicazione, è arte, è il modo migliore per condividere la propria passione con le altre persone.

Tuttavia fotografare le pietre preziose è difficile proprio per la loro bellezza. Brillano così tanto da ingannare l’obbiettivo e il colore viene spesso alterato dai filtri delle fotocamere digitali.

L’immagine deve essere evocativa ma non più bella dell’originale, credo che la realtà debba essere più bella di una sua immagine per non rovinarci la sorpresa.

Peridoto
Peridoto, ct. 4.91

Lo scorso settembre avevo scritto un articolo sui maestri del taglio, dedicato alle loro magnifiche opere. Oggi invece vorrei condividere alcuni scatti di gemme che ho selezionato per voi.

Mi sono cimentato con la fotografia per offrirvi qualcosa di bello, che comunichi movimento e libertà in questo periodo dove abbiamo dovuto sacrificarne un pezzetto per il bene comune.

Naturalmente spero anche di tentarvi con qualche idea per un regalo originale! Fino a che non riprenderemo la fiducia per muoverci più liberamente vi porterò a domicilio le immagini delle pietre più particolari, per farvele ammirare in assoluta sicurezza.

Fotografia tanzanite
Tanzanite, ct. 5.08

Basta la fotografia di una gemma per far scattare in noi ricordi ed emozioni: subito associamo il suo colore a un’immagine che ci è cara. Il gioiello diventa così un compagno che ci ricorda un momento importante e, ogni volta che lo osserviamo, ci fa rivivere le sensazioni provate.

Il taglio di una pietra preziosa è sempre determinante per esaltarne la bellezza, a volte però è il taglio stesso il protagonista della gemma. Il filo rosso che collega tutte queste fotografie è proprio l’originalità del taglio.

Fotografia tormalina seafoam
Tormalina seafoam, ct. 7.64

Queste sono solo alcune delle gemme che vi posso offrire. Se vorrete potrò mostrarvene molte altre, in tutta sicurezza e secondo le norme di igiene che tutti dobbiamo rispettare in questo periodo.

Fotografia granato rodolite
Granato rodolite, ct. 4.98

Seguitemi su Facebook e Instagram per ammirarne molte altre.

Alla prossima!

Paolo Genta

Diamanti e lentino, il cuore di un lavoro affascinante

Diamanti: molto rumore per nulla, o forse no?

Venerdì 20 marzo: una data che resterà impressa nel mercato dei diamanti. Come ogni venerdì i professionisti del settore attendevano l’uscita del nuovo listino Rapaport per capire l’andamento del mercato.

Immaginate la sorpresa quando, aperta la mail, abbiamo scoperto che i prezzi avevano subito un calo del 6 – 7%. Se qualcuno avesse rubato tutta la borsa diamanti di Anversa, edificio e caveau compresi, l’effetto sarebbe stato meno dirompente.

Sommerso da una valanga di mail da parte di clienti infuriati Martin Rapaport, presidente dell’omonimo gruppo, ha effettuato un sondaggio tra gli iscritti per chiedere se preferissero una sospensione delle pubblicazioni fino a maggio oppure la loro continuazione. Il 71,9% ha chiesto e ottenuto la sospensione fino al 1 maggio.

Cosa è successo dietro le quinte?

Il contesto è noto: pandemia e sistema economico in chiusura per limitare i contatti sperando di frenare così i contagi.

Chi ha potuto si è organizzato per continuare l’attività a distanza senza mettere a rischio la salute dei clienti, dei collaboratori oltre alla propria.

In questa situazione le scorte di magazzino sono l’ossigeno di un’azienda e vedersele deprezzare a sorpresa non fa esattamente piacere.

Tra grossisti si è felici quando si porta a casa un utile del 2 – 3% quindi un calo del 6 – 7% è l’equivalente di una coltellata alla gola.

Per non finire travolto Mr. Rapaport ha organizzato per il 31 marzo un webinar dove ha provato a spiegare le ragioni che lo hanno portato alla pubblicazione di un listino subito soprannominato “di guerra”.

Chiedersi “Ci è riuscito?” non è a mio avviso la domanda più importante. Credo sia molto più utile capire cosa sia realmente successo e provare a prevedere l’evoluzione del mercato. Facciamolo insieme per passi.

Passo n° 1: Analisi dei fatti

Ok, il listino è sceso ma… Come? Quanto? Rispetto a quando?

Martin Rapaport ha sempre dichiarato che il suo listino rappresenta i prezzi massimi richiesti, a livello professionale, per una certa categoria di diamanti con ben determinate caratteristiche.

Nei decenni questo listino è diventato il riferimento di prezzo per gli acquirenti finali mentre i grossisti acquistano con uno sconto più o meno ampio.

In questa analisi non sono importanti i valori ma il meccanismo quindi quantificare questi sconti non è utile.

Rapaport ha dichiarato di aver raccolto ed elaborato i dati secondo la solita procedura e di aver pubblicato con l’usuale trasparenza i risultati.

I suoi detrattori affermano che a mercati chiusi i prezzi rilevati erano al meglio teorici, più probabilmente casuali.

Se però consideriamo i prezzi in euro grazie alla svalutazione del dollaro la storia cambia: il calo è stato solo del 2,7 – 3,7% e se ricordiamo che dal 22 novembre 2019 i prezzi erano cresciuti del 2,5 – 4% il panorama appare ben diverso.

Tirando le somme per chi utilizza l’Euro da novembre a fine marzo alcuni diamanti sono calati dello 0,2% mentre altri sono cresciuti dello 0,3%. Nello stesso periodo la borsa italiana ha perso il 32,3%.

Passo n° 2: Reazioni

La stragrande maggioranza degli intermediari si è sentita comunque tradita in un momento estremamente delicato. Tutti stavamo impostando le strategie per il periodo di stop forzato e i nuovi prezzi hanno rischiato di far saltare molti contratti oltre a destabilizzare il mercato.

Da molti anni Rapaport ha istituito un circuito di scambio telematico, denominato Rapnet, sul quale moltissimi grossisti si scambiano i diamanti per rifornire i mercati mondiali generando miliardi di dollari di fatturato ed ottime commissioni per Rapaport!

La prima reazione è stata la minaccia di ritirare in blocco gli stock di diamanti dal circuito Rapnet migrando in massa verso altri circuiti disponibili.

La seconda è stata la promessa di non rinnovare l’abbonamento al listino Rapaport.

La terza è arrivata dai clienti finali di questo settore, i gioiellieri, che hanno accettato senza problemi il nuovo listino sperando in un inaspettato guadagno attraverso la rinegoziazione delle forniture, forti dei prezzi già fissati con i clienti privati.

A volte ripetere è utile: il prezzo dei diamanti a fine marzo era lo stesso dello scorso novembre.

Passo n° 3: Conseguenze

La conseguenza più interessante è, a mio parere, la scelta, praticamente globale, di rifiutare l’utilizzo del listino del 20 marzo mantenendo in vigore quello precedente.

La scelta è solo apparentemente dettata dall’avidità perché, nei fatti, i prezzi per i clienti finali non sono mutati. La reale motivazione è il desiderio di boicottare Rapaport.

L’opportunità interessante è dare la caccia alle pochissime pietre vendute secondo il nuovo listino e con uno sconto interessante. Ne ho trovata qualcuna ma, come potete immaginare, non sono l’unico alla ricerca di queste occasioni.

Passo n° 4: Strategie

Aspettando la nuova pubblicazione il mercato ha cercato e trovato un suo equilibrio: chi ha mantenuto il vecchio listino ha aumentato gli sconti, i pochi che utilizzano quello nuovo li hanno ridotti.

In altre parole non è cambiato molto. In attesa della riapertura, quando si scoprirà il reale andamento della domanda, i più hanno scelto di non agire.

Pochissimi operatori hanno scelto di offrire un numero esiguo di pietre al nuovo prezzo e con un generoso sconto, più per generare liquidità che per scelta strategica: si tratta spesso di pietre ferme da troppo tempo per le quali il rialzo dell’euro basta a generare l’utile sperato.

Passo n° 5: Futuro

La vera partita si giocherà adesso, e sarà variegata come lo sono state le politiche scelte per affrontare la pandemia. Tutto si giocherà sulla ripartenza del ciclo produttivo.

La prima distinzione sarà tra i diamanti utilizzati come beni di consumo (seppur di lusso) e quelli tesaurizzati per il futuro.

Inutile addolcire la pillola: si acquista un bene di consumo di lusso solo se non si hanno preoccupazioni economiche impellenti altrimenti ci si limita agli acquisti davvero importanti.

Credo che per molti mesi (anni probabilmente) i clienti che penseranno ad un gioiello con diamanti si ridurranno ulteriormente.

I regali preziosi non spariranno, fanno parte del nostro modo di essere animali sociali ma ci si orienterà verso altre pietre che pur essendo splendide sono economicamente meno impegnative.

Il diamante verrà riservato alle occasioni più importanti come lauree, fidanzamenti, nascite, anniversari o compleanni particolati.

Il successo dei diamanti come garanzia per il futuro dipenderà invece dalla paventata crisi di liquidità.

Mi ricordo che i miei nonni mettevano sempre da parte una quota del reddito: anche se non si aveva molto ci si ricordava di quando si aveva ancora di meno e, per prudenza, si risparmiava.

Le persone più benestanti si stanno interrogando su eventuali tasse patrimoniali e su come evitarle, altri sono stati scottati (per l’ennesima volta) dai mercati finanziari e stanno cercando alternative.

In sintesi chiunque abbia un minimo di disponibilità sta pensando a come proteggersi, molti pensano a come metterle a frutto e alcuni si stanno finalmente rivolgendo a oro e diamanti per non essere colti impreparati dalla prossima crisi.

Come nel precedente articolo oltre ad affrontare il tema della protezione dei risparmi, sottolineavo l’importanza della tempestività oggi vi ricordo che i trend vanno identificati il prima possibile per poterli cavalcare con successo.

In caso contrario si possono inseguire, rimpiangendo il treno mancato o, cosa peggiore, salire a bordo quando i giochi sono ormai fatti e rimanere con il proverbiale cerino in mano.

Alla prossima.

Paolo Genta

Come proteggere oggi i nostri risparmi

Parlare di risparmi non è mai facile. La situazione che stiamo vivendo non ha precedenti, siamo spaventati per l’oggi e ancora di più per il domani.

Non mi piace rassegnarmi agli eventi ecco perché anche nei periodi più difficili cerco sempre di capire cosa succede e soprattutto quali saranno le conseguenze.

Occuparci oggi dei nostri risparmi è indispensabile, quando la pandemia sarà solo un ricordo dovremo aver già fatto le nostre scelte.

Le mie considerazioni non vogliono giudicare o polemizzare con la gestione della crisi, ma analizzare, necessariamente a freddo, i fatti che sono riuscito a verificare.

Ecco il focus che ho scelto per analizzare l’argomento:

  • La pandemia è solo una parte della crisi
  • Le conseguenze economiche saranno pesanti
  • Ci sarà un aumento dei prezzi a causa della valanga di denaro immessa nel sistema
  • L’inflazione divora i risparmi. Per proteggerci servono beni di valore concreto.
  • Prediligo lo scenario inflattivo perché la deflazione è una lapide senza appello.

Spaventati e incuriositi? Andate oltre la prima sensazione per capire dove vi voglio portare.

A cosa stiamo andando incontro?

La situazione è incredibilmente complessa come lo è il mondo che abbiamo costruito: interconnesso, globalizzato e con la finanza come obbiettivo supremo.

A mio avviso il conto, già tragico, che stiamo pagando in termini di vite umane a causa della pandemia, sarà ben poca cosa rispetto alle conseguenze economiche.

In tutto il mondo si stanziano risorse gigantesche per evitare il collasso del sistema ed aiutarci a non consumare tutti i nostri risparmi.

Ecco migliaia di miliardi di Euro e Dollari che sembrano spuntare dal nulla per salvare milioni di persone costrette a fermarsi per fermare il virus.

Il cuore del problema

Questa montagna di denaro nasce dal nulla. Viene creata dalle banche centrali da decenni per sostenere i mercati dopo ogni crisi.

Purtroppo questo sostegno ci allontana sempre più dal concetto di valore reale creando una menzogna metodica che però è universalmente accettata: la ricchezza può essere creata dal nulla e moltiplicata all’infinito.

Questa menzogna tuttavia ha portato all’abbandono dei beni con un valore intrinseco reale, come l’oro, perché non essendo stampabili all’infinito non ci permettevano questo giochino.

Quando una menzogna è accettata da tutti diventa la nuova verità e quindi tutti continuiamo a percorrere questa strada.

A livello inconscio percepiamo la pericolosità di questo sistema

Durante le crisi la paura ci fa riscoprire i beni rifugio perché quando il castello di carte traballa cerchiamo sicurezza e valori concreti, reali.

Negli anni ’70: ci furono due shock petroliferi che crearono molti problemi, sotto alcuni aspetti simili alla situazione di oggi: persone costrette a rimanere a casa, circolazione privata a targhe alterne o addirittura bloccata, carenze di carburanti per le attività produttive, austerity, chiusura anticipata dei locali, insegne spente.

Anche quella crisi fu affrontata con massicce iniezioni di denaro e fu superata ma a caro prezzo: forte inflazione e conseguente erosione dei risparmi.

Oggi andrà diversamente?

Forse. Tutto dipenderà dal benessere sociale che preferisco valutare tramite la capacità di spesa e non dalla crescita degli indici di borsa.

In altre parole una società è prospera non solo se permette ai suoi membri di lavorare ma soprattutto se garantisce che i risparmi faticosamente guadagnati abbiano un valore sufficiente per acquistare i beni desiderati.

Purtroppo mi aspetto problemi su entrambi i fronti: una chiusura prolungata delle attività porterà ad un pesante aumento della disoccupazione e chi resterà sul mercato probabilmente alzerà i prezzi per recuperare il fatturato perso a causa dello stop.

I fondi stanziati (o, meglio, stampati) per superare la crisi altro non sono che inflazione.

Alcuni temono per l’introduzione di tasse patrimoniali su depositi e sugli investimenti. Non so se questa strada sarà percorribile ma l’ipotesi va considerata.

Inflazione o deflazione?

Stranamente spero nell’inflazione, se non fisiologica almeno non troppo alta. Preferisco essere smentito nelle mie previsioni anziché assistere ad alcuni possibili scenari futuri.

Quello che mi spaventa davvero è la deflazione: un costante discesa dei prezzi che semplicemente distrugge il sistema. I prezzi calano quindi i consumi vengono rimandati per poter spendere meno. Tuttavia questo farà fallire moltissime aziende, ridurrà gli stipendi e il valore dei nostri beni e porterà ad un ulteriore rinvio dei consumi.

Come se questo non bastasse i nostri debiti non si ridurranno nella stessa misura e diventeranno rapidamente insostenibili.

Ecco perché la deflazione mi spaventa perché è praticamente inarrestabile.

Come proteggere i nostri risparmi da tutto questo?

L’inflazione è la tassa occulta che permette ai governi di finanziare la spesa pubblica senza imporre apertamente nuove tasse. Ci siamo affidati ai mercati finanziari per proteggere i nostri soldi da questa tassa ma non sempre con il successo sperato.

Già a gennaio avevo suggerito agli iscritti alla mia newsletter, il disinvestimento della parte azionaria dei portafogli per evitare il prevedibile crollo dovuto all’epidemia. Ma come impiegare i capitali così salvati?

Vi suggerisco una diversificazione che riduca i rischi e vi offra la possibilità di una buona rivalutazione.

Contanti, oro e diamanti

A mio parere sono questi i tre elementi che devono essere presenti in tutti i portafogli.

Ovvia l’importanza della liquidità, specialmente se la crisi durerà a lungo, ma la si dovrebbe tenere al minimo perché i soldi lasciati sui conti correnti verranno inesorabilmente consumati dall’inflazione.

L’oro ha storicamente protetto il potere di acquisto degli investitori. A mio parere è un’ottima soluzione perché unisce una elevata liquidabilità ad una buona possibilità di rivalutazione. L’unica controindicazione è che le eventuali plusvalenze saranno tassate al 26%.

Qui potete leggere l’articolo che ho scritto lo scorso settembre sugli investimenti in oro.

I diamanti hanno sempre riservato piacevoli sorprese nei momenti di crisi.

Un occhio alla storia

Il grafico riporta l’andamento dei prezzi, dal 1978 a oggi, di tre pietre, tutte da 1 carato, con tre qualità diverse: il top (D/If), una molto buona (F/Vvs2) ed una commerciale (H/Vs2).

Diamanti e risparmi

In soli 3 anni il prezzo dei diamanti è quasi triplicato. Il benessere ritrovato e le aspettative di grossi guadagni in borsa hanno poi fatto ripiegare le quotazioni fino al 1985 dove hanno ripreso la loro lenta ma costante risalita.

Le crisi recenti

Anche dopo la crisi finanziaria del 2007 i diamanti hanno avuto performance notevoli.

Diamanti e risparmi

Come si nota le pietre più soddisfacenti sono state quelle commerciali e quelle molto buone mentre le pietre “Top” sono rimaste al palo. Altra nota positiva è l’attuale esenzione per gli eventuali utili realizzati.

Chi ha tempo non aspetti tempo

Tutelare i propri risparmi per sopravvivere a questa crisi (e a quello che verrà) è possibile ma occorre muoversi per tempo e con oculatezza per non perdere il proverbiale treno.

Ora tocca a voi agire! Proprio adesso che siamo bloccati in casa è il momento di impiegare saggiamente il nostro tempo per informarci e studiare le strategie che ci permetteranno un domani di non rimpiangere l’opportunità persa.

Ecco perché mi farebbe piacere parlare con voi di questi argomenti. Proprio dal confronto di opinioni, anche molto diverse, spesso nascono buone idee utili per tutti.

Alla prossima.

Paolo Genta

Diamante certificato

Stop ai ladri, il certificato e la sicurezza fanno un balzo in avanti

Se il certificato non basta come si fermano i ladri?

Sembra impossibile ma una strada esiste: rendere poco appetibile l’oggetto su quale hanno posato gli occhi.

È solo un sogno?

Fino ad oggi la miglior difesa era la tecnologialaser-scribe” che incideva il numero del certificato sulla cintura della pietra. Questo tuttavia non garantiva la proprietà ma solo le qualità della gemma.

Commesso il furto bastava lucidare il diamante per cancellare il numero e renderlo anonimo. I costi di questa operazione non sono elevati quindi il deterrente non è molto forte.

La soluzione è semplice quanto geniale: il numero del certificato deve diventare indelebile.

Tramite la nanotecnologia il certificato sarà “laser-in-scribe”: il numero identificativo sarà scritto permanentemente all’interno della pietra, ovviamente senza danneggiarla.

Per cancellarlo dovrò ritagliare il diamante spendendo soldi e perdendo molti preziosi carati, quindi valore.

Anche se sperimentale questa tecnologia ha grandi potenzialità ma per emergere dovrà lottare contro temibili concorrenti.

Aziende come De Beers, Gia, Alrosa e Tiffany sono in competizione per sviluppare i loro sistemi di tracciabilità, questo sistema innovativo tuttavia ha qualche asso nella manica.

Perché il problema non è solo l’eventuale furto. Il venditore deve anche recuperare la fiducia del cliente.

Si deve superare la semplice certificazione anche se basata su Blockchain.

Il certificato è uno dei problemi del mercato dei diamanti ma non l’unico

Gli altri sono la perdita dell’immagine causata dai troppi errori fatti sulla tracciabilità e la crisi di liquidità seguita ai disastri bancari.

In Italia si aggiunge anche il danno di immagine causato dalle banche che hanno provato a fare (male) il mio lavoro.

La possibile soluzione passa per una certificazione legata permanentemente alla singola gemma che renda concreta la famosa frase “un diamante è per sempre”.

Come? Sbirciamo insieme nel futuro!

Tutto parte dalla certezza di avere una “targainseparabile dal nostro diamante.

Oltre a poter controllare sul web le caratteristiche della pietra, saprò anche la sua provenienza, dove è stata lavorata, magari tramite un’App pensata anche per i Millenials che presto saranno i miei nuovi clienti.

Avrei così la garanzia della proprietà: non sarebbe più solo la fattura a certificare il mio diritto ma anche un registro indipendente, come per auto e case.

I diamanti sarebbero quindi utilizzabili dai mercati finanziari per portare liquidità al settore e come garanzia concreta per operazioni di credito.

Tutto questo diventerà realtà?

Sinceramente lo spero ma non si hanno ancora date certe.

Inoltre quando si parla di novità rivoluzionarie mi chiedo sempre se porteranno un reale vantaggio al cliente oppure solo nuovi ricavi all’ideatore.

Potenzialmente l’idea è ottima, a patto che non venga utilizzata solo per far pagare di più i diamanti, per vendere l’App o l’abbonamento al servizio, rendendo più cara la proverbiale salsa rispetto all’arrosto.

Alla prossima,

Paolo Genta

Diamanti rosa: il mistero diventa leggenda

Splendidi, ambiti, rari: i diamanti rosa sono pietre affascinanti e misteriose.

Così iniziava l’articolo che scrissi oltre un anno fa su queste gemme favolose. In 14 mesi il mercato ha riservato molte sorprese ma la notizia più importante è l’annunciata chiusura della miniera che li produce.

Tutti gli impianti hanno una vita operativa programmata e la miniera di Argyle, la miglior fonte mondiale di diamanti rosa, rossi e viola, ha quasi esaurito la sua.

Il Rio Tinto Group, proprietario del fortunato sito, prevede di chiudere gli scavi alla fine del prossimo anno. Intanto si gode i successi del lavoro compiuto, testimoniati dall’aumento dei prezzi negli ultimi anni:

 

+ 500% dal 2000 a oggi

 

Questo incremento non è dovuto solo all’imminente chiusura infatti nel 2018 i prezzi sono saliti “solo” del 18% mentre il numero di offerte durante l’asta annuale è cresciuto a doppia cifra ed i prezzi, seppur ancora segreti, hanno stabilito nuovi record.

 

Sono in molti quindi a credere che i diamanti rosa abbiano ancora grandi prospettive

 

Una società di Hong Kong ha acquistato in blocco i 64 lotti della “Argyle Pink Everlasting collection”, per un totale di 211 ct mentre un’azienda australiana si è aggiudicata le due pietre che potete ammirare qui sotto.

Diamante rosa

Diamante rosso

Sono, rispettivamente, la Argyle Verity (ct. 1.37, fancy purplish-pink) e la favolosa Argyle Enigma (ct. 1.75, Fancy red), a mio parere le più belle tra le 6 “Hero stones” regine dell’asta.

L’indicazione è chiara:

 

Gli investitori attenti che avevano fiutato l’affare continuano a crederci

 

Il mercato vuole queste pietre e l’offerta, già scarsa, si sta per ridurre ulteriormente. Quindi chi vuole un pezzo unico, degno di essere tramandato come un tesoro di famiglia, lo acquista adesso senza aspettare che i prezzi crescano ancora.

Credo molto nelle potenzialità di crescita dei diamanti rosa, per questo ho cercato a lungo una di queste gemme rare. Finalmente l’ho trovata, ad un prezzo non contenuto ma corretto.

Diamanti rosa

È una pietra di ct. 0,54, Fancy Vivid Purplish-Pink, venduta nell’asta del 2010 e finalmente tornata sul mercato.

Spero di avervi dato abbastanza elementi per incuriosirvi e valutare questo investimento, adesso tocca a voi agire.  Sono a vostra disposizione per approfondire questa opportunità.

Alla prossima,

 

Paolo Genta

Diamanti sintetici e microonde

Diamanti sintetici dal microonde

Ci risiamo: i diamanti sintetici provano a conquistare il mercato passando per il forno di casa!

Un’azienda francese, la Diam Concept, ha iniziato a produrre diamanti sintetici tramite un sistema a microonde partendo da metano e idrogeno.

Anche loro puntano sui soliti luoghi comuni: etica, ecologia, convenienza economica.

Non ho nulla contro i diamanti sintetici a patto che siano venduti per quello che sono: prodotti industriali di larghissimo consumo senza alcun valore intrinseco oltre al costo industriale.

 

 Dov’è l’inganno

 

A fine maggio vi avevo svelato quale fosse il trucco dietro il presunto boom dei diamanti sintetici, adesso, grazie anche a questa nuova tecnologia, il bidone si ripropone.

La cosa triste è che queste pietre sintetiche pur essendo vitali per la nostra civiltà sono note solo come sostitute dei diamanti naturali.

Semiconduttori, fisica delle alte energie e abrasivi sono solo alcuni dei campi dove regnano sovrane. In gioielleria non sono mai state usate per il semplice motivo che esistono altre pietre, più economiche, alternative al diamante.

Però ci vengono sempre più spesso proposti come alternativa etica ed ecologia ai diamanti naturali. Perché? Semplice: perché vendere un prodotto industriale a 4000 $/ct invece che a 600$/ct. (suo attuale costo all’ingrosso ed in costante calo) è una tentazione irresistibile.

 

Eccolo

 

Se i diamanti sintetici fossero un’alternativa sana ai diamanti naturali il focus del marketing non sarebbe “Sono identici ai naturali” oppure “Sono indistinguibili dai naturali”.

Punterebbe invece sulle caratteristiche originali di queste pietre, sulle loro caratteristiche autentiche, non sul fatto di essere copie perfette.

Quello che in realtà si prova a vendere non è un’alternativa etica ma il solito cliché: apparire quello che non si è ingannando gli altri. Magari dando anche qualche giustificazione morale per invogliare ulteriormente il cliente.

Anche se l’ho già scritto nel precedente articolo non esistono altri modi per dirlo: non sono ecologici, infatti “sporcano” 4 volte di più dei diamanti naturali. Non sono etici, perché per produrli si usano materiali che hanno una filiera molto più immorale oggi di quanto lo sia mai stata quella dei diamanti. E non sono convenienti perché pagare il 40% in meno un oggetto che vale il 90% in meno dell’originale proprio un affare non è.

 

Dimenticavo: non li rivenderete mai

 

Un ultimo suggerimento: il microonde va bene per scaldare un piatto se proprio non si ha voglia di cucinare. Se credete che un diamante sia l’oggetto giusto per celebrare qualcosa di molto vero ed importante per voi allora sceglietene uno naturale, i momenti preziosi non si celebrano con una copia.

Alla prossima,

Paolo Genta

 

Design e magia

Eddie Sakamoto, collana in platino con acquamarina e diamanti

A mio parere il vero design deve partire dal cuore del gioiello, dalla gemma, per poi svilupparsi in ogni sua parte e creare così la magia che ci aspettiamo.

Ecco perché dedico tanta attenzione alla scelta delle pietre. Cerco gemme che mi diano un’emozione, per il colore o per il taglio, che mi suggeriscano la montatura perfetta per loro.

Mark Gronlund, acquamarina, ct. 116.65

Molte delle cose cha amo del mio lavoro le ho imparate in viaggio. Il design non fa eccezione.

Alla fiera di Tucson, tra le tante esposizioni, una ha segnato indelebilmente il mio amore per le pietre: l’American Gem Trade Association, AGTA per gli amici.

Nata a Tucson, all’inizio degli anni ’80 dall’idea visionaria di tre colleghi, è rapidamente diventata l’appuntamento più atteso di tutta la fiera e lo standard di riferimento per prezzi e qualità delle gemme colorate.

Nel 2002 L’AGTA introdusse la prima competizione di design, lo “Spectrum Awards”, per premiare i migliori nei diversi settori della gioielleria. Ne cito solo alcuni tra i molti: pietre tagliate, gioielli da sera, da giorno, per le spose, in platino, tagli scultura, innovazione.

John Dyer, topazio imperiale, ct. 21.96

John Dyer – Mozambique Sunset – Morganite ct. 175.37

John Ford, Lightning Ridge collection, opale nero, ct. 6.90

Immaginate che immensa opportunità è stata per me poter vedere la collezione di questa associazione ed ammirare gemme davvero perfette.

Ecco come ho scoperto i tagli particolari che vi propongo da anni. Tutti hanno in comune un aspetto: sono tecnicamente perfetti, la maniacale precisione del taglio ha creato gemme dalla luce unica, senza ombre o difetti. Molte di queste opere d’arte sembrano addirittura vive tanto risplendono.

Questa nuova attenzione per il design nel taglio delle pietre ha avuto un’altra ricaduta positiva: la stessa precisione applicata ai tagli classici ha prodotto gemme con una marcia in più.

Allen Kleiman, Tsavorite, ct. 16,65

Sulla qualità non si può e non si deve transigere. Solo così un monile diventa un gioiello. Oltre al valore intrinseco del metallo e delle pietre si acquista anche il design, l’abilità dell’orafo e del tagliatore, l’esperienza di chi vi procura la pietra. Questi sono gli ingredienti per una magia.

Nel prossimo articolo vi parlerò di un nuovo accordo che mi permetterà offrire un servizio professionale anche sul mercato dell’oro. Se volete avere notizie in anteprima iscrivetevi alla newsletter!

 

Alla prossima,

 

Paolo Genta

 

oro da investimento

Sicuro come l’oro?

Negli ultimi due mesi ho ricevuto diverse richieste di informazioni su mercato dell’oro da investimento.

Alcuni clienti erano interessati ad acquistarlo altri desideravano venderlo dopo fortunate “pulizie” di casseforti e cassette di sicurezza.

Siccome il commercio dell’oro in lingotti non è compreso nella mia licenza professionale, mi sono messo alla ricerca d’intermediari affidabili.  L’importante era fornire comunque ai miei clienti  il servizio richiesto.

Da buon curioso ho anche colto l’occasione per imparare qualcosa di nuovo su un mercato simile al mio.

Dopo aver informato i clienti interessati ho offerto in anteprima il risultato delle mie ricerche agli iscritti alla newsletter. Visto il grande interesse su questo argomento ho pensato di condividere pubblicamente parte delle informazioni.

Vorreste averle complete e in anteprima anche voi? Basta iscriversi alla newsletter!

Le sorprese sono state molte, ma prima vediamo cosa è cambiato dal mio articolo del maggio 2018 che parlava proprio di oro.

 

Quotazione oro da investimento

 

La quotazione è cresciuta ben del 30%, di oltre 10 €/g, dei quali il 9%, 4 €/g, nel solo mese di agosto. E, stamattina, ha superato la soglia dei 45 €/g.

 

Splendido vero? Forse…

 

Ecco cosa ho scoperto parlando con diversi colleghi che operano in oro da investimento.

Vista la forte crescita del prezzo molti operatori temono un assestamento, anche considerevole, dovuto ai realizzi e quindi, complici gli obblighi di legge, acquistano a 7/10 €/g in meno della quotazione ufficiale. In altre parole acquistano con uno sconto dal 15 al 22% sulla quotazione.

Scandaloso? Non necessariamente. La legge impone ai commercianti di tenere in deposito i preziosi usati (non importa che si tratti di oro, diamanti o gioielli) per 10 giorni e in questo periodo la quotazione può fare di tutto.

 

Ma allora anche l’oro da investimento è una bufala?

Che convenienza ho se buona parte del guadagno finisce in commissioni?

 

Queste immagino siano le domande che vengono i mente ai potenziali investitori leggendo i dati.  La soluzione esiste ed è rappresentata dagli strumenti derivati, in particolare dalle opzioni.

I derivati, i “futures” in primis, sono famosi per l’uso indiscriminato che se ne è fatto in borsa, sono diventati la gioia di pochi e dolori per moltissimi.

Nati secoli fa proprio per permettere il commercio nei mercati turbolenti, quando il naufragio di una nave poteva segnare la rovina di un operatore e la fortuna di un altro, sono stati snaturati per sfruttarne le caratteristiche e moltiplicare gli utili potenziali (come anche le perdite).

 

Ma cosa centrano i derivati con l’oro da investimento?

 

Un semplice esempio: un cliente vuole vendermi 1 Kg di oro. Il prezzo al momento è 45 €/g. Io però lo potrò rivendere tra almeno 10 giorni ed per allora il prezzo potrebbe essere salito oppure crollato.

Acquisto quindi in borsa un’opzione cioè un contratto che mi da il diritto di vendere 1 kg di oro a 46 €/g mettiamo tra 15 giorni. Questa opzione mi costa 1 €/g.

Se tra 15 giorni l’oro varrà 51 €/g la mia opzione diventerà carta straccia (chi sceglierebbe di vendere a 46 se il mercato è a 51?) ma potrò vende sul mercato il mio oro a 51 €/g, guadagnando 5 €/g (1 € l’ho speso per acquistare l’opzione).

Se invece il prezzo sarà sceso a 40 €/g allora io potrò esercitare l’opzione e vendere a 46, senza rimetterci oppure vendere sul mercato a 40 €/g ed incassare 6 €/g del valore dell’opzione, sempre senza perdite.

Capito il meccanismo? È un’assicurazione, il cui costo sarà addebitato al cliente, che permette di operare annullando il rischio.

Il bello è che esistono opzioni per acquistare e vendere, a diversi prezzi e per periodi differenti.

Purtroppo pochi operatori sono abbastanza competenti per usare questi strumenti finanziari. Quei pochi però riescono ad acquistare il vostro oro a 2/3 €/g meno della quotazione ufficiale, cioè dal 2,5 al 6,7% meno della quotazione.

 

Esistono comunque altri costi accessori dovuti alla fusione che,

o per obblighi di legge o per marketing, non si possono evitare.

 

L’oro usato per legge deve essere fuso e affinato fino ad essere puro. Poi può essere coniato in lingotti oppure legato con altri metalli per diventare utilizzabile in gioielleria come “oro 750”. Tutto questo ovviamente ha un costo che ricadrà sul cliente.

 Un lingotto d’oro puro non dovrà essere fuso e affinato ma se riporta il marchio di un mio concorrente di certo non lo vorrò rivende ai miei clienti e quindi dovrò fonderlo.

 

Le monete d’oro

 

Monete come oro da investimento

 

Spesso ho sostenuto che un’alternativa valida all’oro da investimento è usare le monete a corso legale, come la sterlina, i marenghi, i dollari o i krugerrands. Dopo diverse verifiche ho calcolato che le commissioni di vendita oscillano da poco meno del 7 fino a oltre il 12%.

Il vantaggio delle monete è che il loro titolo, cioè la quantità di oro puro che contengono, è certo e vengono acquistate e vendute sempre nella stessa forma. Non essendo necessario fonderle e coniarle nuovamente ad ogni passaggio il risparmio diventa rilevante.

Anche il taglio delle monete è importante: rivendere un dollaro d’oro, che oggi costa 72 € ha una commissione del 12% mentre i 50 pesos messicani, che costano 1725 €, pagano il 6.6%.

Questi sono i numeri della mia indagine. Lascio a voi le considerazioni sulle cifre.

 

Io ho imparato che è sempre più importante informarsi prima per non piangere dopo.

 

Sono riuscito a trovare operatori seri che applicano commissioni fisiologiche e accettabili ma non è stato facile pur lavorando in questo campo.

Alla prossima,

 

Paolo Genta

 

globalizzazione pro e contro

Globalizzazione: il rovescio della medaglia

Nel mio settore la globalizzazione è una realtà consolidata da molti decenni, da ben prima che iniziassi a lavorare.

Ecco perché può essere un utile esempio per quei settori dove è relativamente recente.

Ho sempre lavorato in un mercato globale e questo mi ha fatto crescere molto. Parlare di gemme in un’altra lingua, con persone di ogni razza e religione, con abitudini spesso profondamente diverse dalle mie è stata una sfida esaltante.

Oltre alle conoscenze professionali il vero tesoro è stato imparare a considerare tutti questi “altri” semplicemente come esseri umani, identici a me.

È naturale che si sviluppino delle preferenze ma questo confronto continuo mi ha dato moltissimo.

 

Questa è la globalizzazione che mi piace, quella che promuove il contatto umano oltre a quello economico.

 

Tuttavia la globalizzazione causa anche la crescita delle dimensioni aziendali per semplici questioni di sopravvivenza. Nel settore delle gemme esistono diversi giganti, i più noti operano nel mercato dei diamanti.

La crescita purtroppo si è trasformata in qualcosa di meno piacevole per mercato globale: il cartello dei produttori.

Come scrivevo nel precedente articolo da questa crescita è iniziata la guerra commerciale con gli intermediari.

 

Purtroppo spesso la forza è l’unica risposta possibile alla forza.

 

Per difendersi da questo cartello gli acquirenti si sono presentati come un fronte unito. Forti delle gemme che avevano in cassaforte, hanno semplicemente smesso di comprare grezzo.

Risultato? I produttori sono dovuti tornare sui loro passi. Si stanno registrando cali nell’estrazione di diamanti in tutto il mondo e altri, più rilevanti, sono pianificati per i prossimi anni.

Questo è successo anche perché i consumatori non comprano più “di tutto” ma, visti i prezzi, pretendono la qualità.

È diventato quindi antieconomico trattare molte tonnellate di materiale per estrarre pochi carati di diamanti piccoli e di bassa qualità.

 

Quando si lotta sul mercato a volte si accusa il colpo e spesso non si capisce la lezione.

 

Ed ecco che i grandi gruppi provano a reagire con l’arma definitiva per vincere questa guerra: i diamanti sintetici. Non vi ripeterò quale gigantesca bufala siano, ne ho già parlato diffusamente qui.

 

Questa è la globalizzazione che non mi piace.

 

Quella che elimina i rapporti umani e persegue solo il dominio assoluto del mercato per massimizzare il profitto.

La crisi non piace mai, fa danni e vittime ma insegna sempre qualcosa.

I consumatori devono imparare a non accettare in silenzio le pubblicità e gli intermediari devono ascoltare davvero i clienti.

Solo così i grandi cartelli dovranno mitigare le loro pretese, non potendo più strangolare il mercato.

Cosa mi aspetto per il prossimo futuro? Un aumento dei prezzi al dettaglio per la riduzione dell’offerta di grezzo e l’esaurimento dei magazzini dei grossisti.

Non accadrà subito ma accadrà, specialmente per alcune tipologie di pietre.

Fuori da questa guerra si pongono invece i diamanti rosa, in particolare quelli della famosa miniera australiana di Argyle. Appartiene al colosso minerario Rio Tinto Group ed è la fonte del 90% dei diamanti rosa del pianeta.

Ho già scritto delle meravigliose gemme che vi si estraggono, quello che forse ancora non sapete è che l’anno prossimo, dopo 37 anni di attività, è prevista la chiusura di questa miniera leggendaria.

 

Riuscite a immaginare l’effetto che ci sarà sui prezzi con una riduzione del 90% della fornitura?

 

Ecco le sei pietre più belle delle 64 che andranno al miglior offerente il prossimo ottobre.

La globalizzazione sana

Courtesy of The Argyle Tender 2019

È possibile essere famosi a livello globale anche senza dominare il mercato con pugno di ferro ma facendolo crescere con prodotti di qualità indiscutibile.

Paolo Genta