Diamanti acquistati in banca: la tempesta è passata?

La vicenda dei diamanti venduti da alcune banche ai propri clienti è un argomento tabù, specialmente per chi come me li tratta per lavoro. Tuttavia continuo a credere che spiegare correttamente i fatti sia un’opportunità e non un rischio.

Com’è nata l’idea di vendere diamanti in banca?

In breve: alcune banche commerciali si sono accorte che investire in queste gemme poteva essere un’idea vincente.

Fin qui tutto bene, molte banche lo hanno fatto e continuano a farlo con una sostanziale differenza: sono banche d’affari e non commerciali.

I clienti di una banca d’affari sono fondi di investimento e multinazionali, non privati. In tempi non sospetti, prima del famoso servizio di Report, ne avevo già parlato in questo articolo.

Le banche commerciali non hanno scelto di investire direttamente in diamanti ma hanno proposto questa attività ai loro clienti, servendosi di due grosse aziende specializzate.

Nuovamente, fin qui tutto bene anche perchè le pietre vendute erano di qualità elevata e con certificati prestigiosi.

Dove nasce il problema?

Come spesso capita le sorprese arrivano al momento del conto! Ma perchè?

Immaginate di andare in banca per comprare una pietra da 1 ct., colore D, purezza IF, in altre parole il meglio possibile.

Benissimo: secondo il listino usato da alcune banche bastano 48.705 € ed il diamante è vostro, addirittura ne bastano 48.049 se capitate nella banca che vende i diamanti dell’altra società.

Se un cliente mi chiedesse la stessa identica pietra al cambio di oggi la venderei a 20.238 €, iva compresa.

Ecco il problema: un sovrapprezzo del 140% (o 28.467 € che colpisce molto di più).

Perchè questa differenza? Ad oggi sono state proposte le motivazioni più fantasiose, tra le più note il costo dei servizi aggiuntivi offerti, come la garanzia di riacquisto.

Purtroppo questa garanzia non è mai stata prestata. Il servizio promesso era il “mandato a vendere”, cioè l’impegno di provare a vendere la pietra sul mercato ad un determinato prezzo, senza garanzie di successo. Questo servizio è lecito e proposto da molti operatori ma non è una “garanzia di riacquisto”.

Scoperto il sovrapprezzo molti clienti si sono preoccupati e hanno cercato una soluzione. Alcuni sono riusciti ad esercitare il diritto di recesso, altri hanno minacciato il disinvestimento dell’intero patrimonio in caso di mancato rimborso. E tutti gli altri dove sono finiti?

Alcuni mi ha chiesto informazioni e, purtroppo, ho dovuto dargli una risposta brutale: “l’unico modo che avrei per farvi recuperare i soldi spesi sarebbe passare la “patata bollente” ad un altro cliente e non voglio farlo”.

Perchè? Un semplice calcolo rivela l’enormità del problema: come ho scritto sopra posso vendere quel diamante perfetto a 20.238 €, ovvero 16.588 € + iva.

Sono un commerciante quindi l’utile che ho sulle vendite è il mio stipendio. Secondo l’Agenzia delle Entrate il mio margine minimo dovrebbe essere del 50% (purtroppo non è così, anche se sarebbe bello, ma usiamolo per i calcoli).

Il prezzo massimo che potrei pagare per quella pietra sarebbe di 11.058 € che, aggiungendo l’iva per onestà, diventano 13.490 €: una perdita per il cliente del 72%!

Cosa posso fare adesso?

Oltre alle soluzioni indicate prima resta solo l’azione legale, meglio se di gruppo tramite le associazioni dei consumatori, facendo leva sull’informazione fornita dal venditore come non sufficiente o ingannevole.

Queste aziende, di concerto con banche e associazioni dei consumatori stanno cercando di creare un organismo di conciliazione per risolvere la situazione ma, ad oggi, la situazione appare nebulosa.

È finita qui?

Per il singolo cliente forse sì ma non per il sistema. Parlando con un fornitore ci siamo chiesti cosa capiterebbe se tutti i clienti che hanno acquistato diamanti in banca li restituissero e volessero essere rimborsati. Una delle società interessate ha dichiarato di aver venduto 1,5 miliardi in diamanti ad oltre 70.000 clienti, per l’altra società non sono riuscito a trovare dati affidabili ma è presumibile che l’ordine di grandezza sia simile.

Premesso che un diamante, come ogni altro bene, può essere venduto solo al prezzo che il mercato decide si pongono due problemi:

  • chi assorbirà la quantità di diamanti restituita?
  • chi si farà carico della perdita, stimabile al 70%?

Certamente non sarà il mercato ad assorbire questo surplus, considerando anche che non ha alcuna responsabilità per questa operazione. Si cercherà di accollare la perdita al cliente utilizzando le già abusate motivazioni sulle condizioni di mercato e sull’eccesso di offerta ma, come ho scritto qui, anche se il mercato si sta riprendendo non lo fa certo a prezzi “fantasiosi” ma a prezzi di mercato, appunto

Quindi sia le perdite esorbitanti che i diamanti in eccesso dovrebbero essere assorbiti dalle banche e dalle società che hanno venduto queste gemme meravigliose a prezzi troppo elevati. In ultima analisi sono loro i responsabili di questa situazione e sarebbe giusto che se ne facessero carico anzichè provare a spalmare sulla collettività il costo delle loro azioni.

Speriamo che questo auspicio non resti un sogno ma che o per senso di responsabilità o per intervento di legge diventi realtà.

Meglio stare alla larga dai diamanti?

No è l’unica risposta possibile perchè sono e restano un valido strumento per proteggere parte del patrimonio a patto di avere tutte le informazioni necessarie. Smettereste di comprare case perchè c’è stata una bolla speculativa? Oppure cerchereste la casa perfetta per voi rivolgendovi a chi vi spiega tutti gli aspetti del mercato con professionalità e trasparenza?

Paolo Genta

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